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Journal indipendente su food, persone, territori e cultura del gusto.
Diretto da Michela Rossi
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Nomad, il nuovo altrove di Milano nasce in una fabbrica
A Milano c’è un nuovo indirizzo che non chiede di scegliere tra cena e dopocena. Si chiama Nomad e occupa oltre 1.500 metri quadrati di una fabbrica degli anni Ottanta nel Certosa District, trasformata in un Contemporary Italian Restaurant & Bar. Cucina, cocktail, musica e design convivono nello stesso spazio, con Francesco Guarino ai fornelli e Marcos Néia alla guida del bar.
Il primo elemento che colpisce di Nomad è lo spazio. La fabbrica di via Varesina 184, recuperata dopo quarant’anni, conserva la propria memoria industriale ma cambia completamente funzione. Pietra, cemento e legno dialogano con una vegetazione tropicale diffusa nel progetto definito Industrial Jungle: un ambiente nel quale il verde e la luce ammorbidiscono la materia senza cancellarne il carattere.
Il progetto comprende circa 120 coperti distribuiti tra ristorante, chef table, banco bar e veranda. Ci sono anche un’area esterna per musica ed eventi, una pergola climatica privata e spazi destinati a cene riservate, presentazioni e appuntamenti legati alla moda.
È soprattutto la continuità tra gli ambienti a definire l’esperienza. A Nomad si può iniziare con la cena, spostarsi al bancone per un cocktail e lasciare che la serata cambi ritmo senza cambiare indirizzo. Una formula che porta il ristorante oltre la sola funzione gastronomica e lo avvicina a un luogo di incontro.
Non è un dettaglio secondario per il Certosa District, una delle aree di Milano interessate dalla trasformazione di vecchi spazi industriali in nuovi luoghi di lavoro, creatività e intrattenimento. Nomad si inserisce proprio dentro questa nuova geografia urbana.


A costruire la parte gastronomica è Francesco Guarino, che ha iniziato a lavorare nella ristorazione a quindici anni e ha sviluppato il proprio percorso tra Milano, il Nord Italia e diverse esperienze internazionali, tra cui Giappone, Vietnam e Messico. All’Excelsior Hotel Gallia ha lavorato a stretto contatto con la famiglia Cerea.
La sua cucina parte dalla tradizione italiana ma non rimane chiusa nei suoi confini. Il risultato cerca un equilibrio tra memoria, tecnica e suggestioni internazionali.
La ricciola alla brace con fondo bruno di pesce e zucchine alla scapece è uno degli esempi più chiari: pochi elementi, una tecnica riconoscibile e un piatto costruito intorno al sapore. Accanto trovano posto il tataki di manzo con salsa teriyaki e maionese al wasabi, il Carnaroli con scampo, bisque e scorza di limone candito, la parmigiana di melanzane e il tiramisù Nomad.
La carta comprende inoltre una proposta di raw bar e piatti della tradizione italiana, tra cui risotto allo zafferano e parmigiana, riletti con interpretazioni differenti. La cucina rimane così leggibile anche quando apre la porta a contaminazioni internazionali.
C’è poi un aspetto meno visibile, ma interessante: cucina e bar non sono pensati come due mondi separati. Le prove della carta diventano occasioni di confronto e anche gli scarti possono cambiare destinazione. Durante la definizione della drink list, per esempio, uno scarto di lavorazione nato al bancone è stato recuperato per diventare ingrediente di un dessert. Un piccolo episodio che restituisce bene la logica di un progetto costruito sulla circolazione delle idee.
Il secondo protagonista è Marcos Néia, Bar Manager con un lungo percorso internazionale tra Brasile, Italia e Dubai. La sua proposta mixology accompagna aperitivo, cena e dopocena e nasce in dialogo con la cucina.
Il grande banco in pietra è infatti uno dei punti centrali del locale. Non soltanto un luogo dove ordinare un drink, ma una seconda scena della serata, nella quale ospiti, bartender e brigata entrano in relazione.
La selezione beverage comprende vini e distillati sostenuti da collaborazioni con realtà come Martini, Velier, Lunelli-Ferrari, Moët Hennessy e Sagna. Il risultato è una proposta che prova a seguire il ritmo dell’esperienza anziché imporne uno solo.
È qui che il nome Nomad acquista il suo significato più concreto. Il nomade contemporaneo è qualcuno che si muove, cambia punto di riferimento, attraversa ambienti differenti. Nel locale questo movimento diventa fisico: tavola, bancone, musica, esterno.

Il progetto coinvolge una squadra di dodici persone, con un’età media dichiarata di 38 anni e professionalità provenienti da Italia, Brasile, Ecuador e Sri Lanka.
Briefing prima del servizio, debriefing alla fine, assaggi, masterclass di vino e mixology e momenti di confronto tra cucina, sala e bar fanno parte del lavoro quotidiano. L’idea è costruire un linguaggio comune dell’ospitalità, pur partendo da esperienze e culture professionali differenti.
Nomad nasce dall’esperienza di un gruppo di imprenditori attivi nella ristorazione e nell’intrattenimento ed è sviluppato da Wave. Tra gli ideatori del progetto figurano Alberto Baldaccini, Fabricio Lanfredi e Dario De Lisi.
Il progetto non si ferma però alla dimensione milanese: tra le iniziative collegate figurano OASI Nomad Beach House a Santa Teresa di Gallura e Nomad Factory Living. La prima esperienza resta comunque quella del locale di via Varesina, dentro un quartiere che sta progressivamente cambiando volto.
Nomad arriva in una Milano nella quale la destinazione non coincide più necessariamente con una sola funzione. Si può andare in un ristorante per mangiare, certo, ma anche per ascoltare musica, bere un cocktail, incontrarsi, assistere a un evento o semplicemente restare più a lungo.
Nel Certosa District questa trasformazione trova una scenografia particolarmente coerente: una vecchia fabbrica non viene cancellata, ma utilizzata come materia per costruire qualcosa di diverso. E forse è proprio qui che il nome Nomad trova la sua interpretazione più concreta: non un luogo da attraversare velocemente, ma uno spazio nel quale decidere, sera dopo sera, dove andare dopo.
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Foto: ufficio stampa