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Journal indipendente su food, persone, territori e cultura del gusto.
Diretto da Michela Rossi
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Dalla Russia all’Iran, fino alle Ande: tre sguardi fotografici sulle distanze che ci separano
Dal 16 ottobre al 29 novembre 2026, Triennale Milano ospita la mostra del Photo Grant di Deloitte, il premio fotografico internazionale che quest’anno ruota attorno al tema Proximities. In esposizione, il progetto di Maria Turchenkova sulla memoria della violenza in Russia, quello di Atefe Moeini sul controllo dei corpi femminili in Iran e un’anteprima del lavoro di Angela Ponce sulle famiglie delle comunità andine. Tre storie diverse, unite da una domanda: che cosa significa essere vicini quando la storia, il potere e le disuguaglianze creano distanza?
La vicinanza non coincide necessariamente con la possibilità di incontrarsi, riconoscersi o sentirsi parte della stessa comunità. Può essere compromessa dalla repressione politica, dalla memoria rimossa, dalle disuguaglianze economiche o dalla migrazione. È da questa complessità che prende forma la quarta edizione del Photo Grant di Deloitte, in mostra a Triennale Milano.
Il tema scelto per il 2026, Proximities, invita fotografe e fotografi a esplorare le relazioni sociali, economiche e affettive, ma anche le fratture che attraversano la società contemporanea. La fotografia diventa così uno strumento per rendere visibili legami difficili da riconoscere: quelli tra passato e presente, tra il corpo individuale e il controllo esercitato dal potere, tra chi parte e chi resta.
Il percorso riunisce due progetti vincitori di categorie differenti e un’anteprima. Numb State di Maria Turchenkova, fotografa documentarista russa, è il progetto vincitore dell’edizione 2026 nella categoria Segnalazioni. Go Live dell’artista iraniana Atefe Moeini ha vinto l’edizione 2025 nella categoria Open Call. A completare la mostra è un’anteprima di AYLLU – Famiglia, il progetto della fotografa peruviana Angela Ponce, vincitrice dell’Open Call 2026.

In Numb State, Maria Turchenkova lavora su una ferita che attraversa la storia russa: la continuità tra le violenze dell’epoca sovietica e le forme di autoritarismo della Russia contemporanea, segnata dalla guerra in Ucraina.
Il progetto nasce nel 2014 e si sviluppa attraverso anni di lavoro sul campo. Al centro c’è la memoria del Gulag, il sistema di campi di lavoro forzato nel quale milioni di persone furono deportate dallo Stato sovietico. Molte morirono, mentre le famiglie rimasero a lungo senza conoscere il destino dei propri cari. Un trauma collettivo che, secondo la fotografa, non è mai stato pienamente affrontato.
Turchenkova ricorda di essere cresciuta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in un periodo nel quale sembrava possibile immaginare una Russia più aperta e riconciliata con il proprio passato. Quella possibilità, racconta, si è chiusa rapidamente. Dal 2014 ha documentato il ritorno dell’autoritarismo a Mosca, nel Caucaso e in Ucraina; l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022 ha segnato un ulteriore punto di svolta.
La forza del progetto sta anche nelle immagini apparentemente ordinarie. La Transiberiana attraversa il Paese, mentre i passeggeri dormono sui treni, immobili e indisturbati. Il sonno diventa una metafora dell’intorpidimento di una società che, di fronte alla violenza di Stato e alla propaganda, può rifugiarsi nell’apatia e nel conformismo.
Fuori dai finestrini scorrono stazioni, città e fabbriche, alcune costruite dai prigionieri del Gulag. Il paesaggio conserva così tracce di una storia che rischia di essere cancellata, mentre il presente continua a portarne i segni. Numb State non racconta soltanto ciò che è accaduto: indaga come un passato non elaborato possa continuare a condizionare comportamenti, immaginario e coscienza collettiva.
Se il progetto di Turchenkova osserva una società attraverso le tracce della sua storia, Go Live parte da un’esperienza personale per raccontare il controllo esercitato sui corpi femminili in Iran.
Nel 2018, a Teheran, Atefe Moeini fu arrestata dalla polizia morale per aver indossato jeans strappati, un foulard rosso e un cappotto lungo. Fu trattenuta per ore e costretta a cambiarsi prima di essere rilasciata. «La sensazione che il mio corpo fosse diventato un campo di battaglia», ricorda l’artista, è ciò che le è rimasto di quell’esperienza.
Da quella frattura è nato un progetto fotografico ancora in corso, dedicato alle donne iraniane arrestate o ammonite per il loro abbigliamento. Moeini chiede loro di indossare nuovamente proprio gli abiti che avevano provocato le contestazioni. Davanti all’obiettivo, quei vestiti diventano testimonianze di un controllo subito, ma anche strumenti per riappropriarsi della propria immagine.
Alcune donne scelgono di mostrarsi, altre preferiscono mantenere l’anonimato. Non esiste un’unica forma di resistenza: la visibilità può essere una presa di posizione, ma anche una scelta da proteggere. Il titolo Go Live, ispirato al tatuaggio di una delle protagoniste, Tina, richiama la necessità di rendere visibile ciò che rischia di essere cancellato.
Trasferitasi negli Stati Uniti nel 2024, Moeini ha proseguito il lavoro attraverso oggetti legati alla propria vita precedente, come hijab, uniformi scolastiche e tessuti dell’infanzia. Nel capitolo Before the Fall, realizzato tra Iran e Stati Uniti dal 2019 al 2026, questi elementi entrano in ritratti che intrecciano memoria, identità e performance.
Il risultato è una riflessione sulla possibilità di raccontarsi dopo che altri hanno cercato di stabilire come apparire, dove stare e quale spazio occupare. La prossimità, in questo caso, passa dalla solidarietà tra donne e dalla costruzione di una memoria condivisa.

L’anteprima di AYLLU – Famiglia sposta lo sguardo sulle comunità di alta quota del Perù, dove migrazione, cambiamento climatico e difficoltà economiche stanno trasformando i legami familiari.
Il termine ayllu, in lingua quechua, significa famiglia. Il progetto di Angela Ponce si concentra sulle comunità di Phinaya e Qiqo, nella regione di Cusco, dove molti giovani lasciano le aree rurali per trasferirsi nei centri urbani. A rendere più fragile la permanenza nelle montagne contribuiscono le disuguaglianze e le difficoltà che minacciano agricoltura e allevamento andini.
In questo scenario, la tecnologia assume un ruolo concreto e profondamente umano. Quando la connessione è precaria, genitori e nonni raggiungono punti più elevati delle montagne per trovare campo e parlare in videochiamata con i figli lontani. Nelle abitazioni tradizionali, i pannelli solari consentono di alimentare i telefoni.
Sono gesti quotidiani che raccontano una distanza geografica senza interrompere necessariamente la relazione. La connessione digitale diventa un modo per mantenere vivo il rapporto tra generazioni, mentre la vita delle comunità cambia.
Grazie al sostegno del Photo Grant di Deloitte, Ponce svilupperà il progetto nei prossimi dodici mesi, mettendo a confronto la partenza dei giovani e la permanenza degli anziani. L’obiettivo è documentare ciò che si trasforma e ciò che resiste: non una comunità immobile, ma un tessuto sociale che cerca nuovi modi per restare unito.
I tre progetti mostrano che la prossimità non è soltanto una questione di spazio. Può essere negata dal potere, incrinata dalla memoria o messa alla prova dalla migrazione, ma può anche trovare forme nuove attraverso le immagini, la testimonianza e la tecnologia.
È in questa tensione tra separazione e legame che la fotografia trova il proprio ruolo: non eliminare le distanze, ma renderle visibili. E ricordare che dietro ogni distanza ci sono persone, storie e relazioni che continuano a chiedere di essere riconosciute.
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Foto: Arianna Angelini