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Journal indipendente su food, design e cultura contemporanea
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Quando il maritozzo esce dalla pasticceria e diventa gelato
Maritozzo e gelato artigianale si incontrano a Milano in una collaborazione che porta uno dei dolci più riconoscibili della pasticceria romana dentro una nuova stagione. Dal 7 al 20 settembre 2026, e poi dal 23 novembre al 6 dicembre in occasione del Maritozzo Day, Gusto 17 propone Maritozzo 17, un gusto in edizione limitata nato insieme a Giorgia Proia e Casa Manfredi. Non una copia del dolce, ma la sua traduzione nel linguaggio del gelato.
Ci sono dolci che possono essere reinterpretati senza perdere la propria riconoscibilità.
Il maritozzo è uno di questi.
Soffice, lievitato, generoso, profondamente romano, negli ultimi anni è uscito dalla dimensione della colazione tradizionale per diventare uno dei simboli della pasticceria contemporanea italiana.
Ora fa un altro passo.
A Milano, dal 7 al 20 settembre, Gusto 17 porta nei propri store di via Luigi Cagnola 10 e via Savona 17 Maritozzo 17, una limited edition nata dalla collaborazione con Casa Manfredi, la pasticceria romana di Giorgia Proia e Daniele Antonelli.
Il progetto tornerà poi dal 23 novembre al 6 dicembre, in occasione del Maritozzo Day, e sarà disponibile anche a Salerno, in Piazza Portanova 36.
La novità non sta semplicemente nell’aver trasformato un maritozzo in un gusto di gelato.
Sta nel modo in cui è stata fatta questa trasformazione.

Maritozzo 17 parte da un fiordilatte dalla struttura più ricca, nel quale entrano gli elementi che richiamano l’identità del lievitato di Casa Manfredi.
C’è un crumble di maritozzo, pensato per restituire quella componente materica che nel dolce originale arriva dalla pasta soffice e dalla sua consistenza.
E poi ci sono rhum e uva passa, ingredienti capaci di riportare al cucchiaio profumi e sensazioni familiari.
Il risultato cerca quindi di lavorare sulla memoria.
Non mangiare un maritozzo sotto forma di gelato, ma riconoscerne il carattere mentre lo si assaggia in una forma completamente diversa.
È una distinzione sottile, ma importante.
«Questa collaborazione è nata dalla nostra grande creatività e passione per questo incredibile lavoro che portiamo avanti dal 2015», racconta Giorgia Proia.
Una frase semplice che, nel caso di Casa Manfredi, racconta bene una storia costruita proprio sulla capacità di non fermarsi alla ricetta.
Prima dei maritozzi e dei croissant c’era l’architettura.
Giorgia Proia, classe 1985, ha una formazione da architetto, ma ha scelto di costruire i propri spazi attraverso burro, farina, lievitazioni e tecnica.
Casa Manfredi nasce nel 2015 nel quartiere Aventino e diventa rapidamente uno degli indirizzi più riconoscibili della pasticceria romana contemporanea.
Ma il percorso di Proia comincia ancora prima.
Il suo primo amore professionale è il gelato, studiato accanto al maestro Angelo Grasso, prima dell’approdo alla pasticceria e della formazione con professionisti come Gianluca Fusto, Diego Crosara, Giambattista Montanari, Rolando Morandin, Antonio Bachour e Andrea Tortora.
È quasi un dettaglio narrativo perfetto per questa collaborazione.
Una pastry chef che ha iniziato dal gelato torna oggi a incontrarlo attraverso uno dei suoi dolci più rappresentativi.
Casa Manfredi, intanto, ha costruito la propria identità su lievitati, croissant e cornetti, con un laboratorio spesso visibile al pubblico e un’attenzione particolare alla dimensione artigianale.
La pasticceria di Proia non cerca soltanto l’effetto spettacolare.
Cerca equilibrio, tecnica e riconoscibilità.
Ed è proprio questa filosofia a rendere interessante l’operazione con Gusto 17.
C’è poi un elemento geografico che merita attenzione.
Il maritozzo è profondamente legato a Roma, mentre Gusto 17 porta la collaborazione nel cuore del consumo urbano milanese.
È un incontro tra due città che hanno sviluppato negli ultimi anni un rapporto sempre più dinamico con la pasticceria contemporanea.
A Milano il gelato artigianale è diventato parte di un lifestyle urbano fatto di passeggiate, pause pomeridiane, appuntamenti informali e piccoli rituali quotidiani.
Portare qui il maritozzo significa quindi spostarlo dal momento tradizionale della colazione o della merenda e inserirlo in un’altra occasione di consumo.
Può essere un cono dopo pranzo, una coppetta durante una passeggiata, una vaschetta da condividere a casa.
Il dolce cambia anche il momento nel quale viene consumato.
E questo, nel food contemporaneo, conta quasi quanto la ricetta.
L’operazione firmata da Gusto 17 è interessante anche per un’altra ragione.
Il gelato non tenta di imitare la forma del maritozzo.
Ne conserva invece alcuni codici sensoriali: la componente del lievitato, il crumble, l’uva passa, il rhum, la ricchezza del fiordilatte.
È un processo simile a quello che avviene nella musica quando una melodia viene reinterpretata in un altro arrangiamento.
La riconosci, ma la ascolti diversamente.
«Abbiamo voluto reinterpretare il celebre maritozzo di Casa Manfredi e arricchirlo con gli elementi signature del loro dolce iconico; l’obiettivo non era riprodurre un dolce, ma trasferirne l’identità nel linguaggio del gelato», spiega Vincenzo Fiorillo, co-founder di Gusto 17.
Ed è probabilmente questa la chiave per leggere la collaborazione.
Non una semplice operazione di marketing, ma un esercizio sulla capacità di un prodotto di attraversare formati diversi.
Il successo di una reinterpretazione non si misura soltanto dalla sua capacità di sorprendere.
La vera sfida è riuscire a far riconoscere qualcosa che, apparentemente, non è più quello di prima.
È quello che succede con Maritozzo 17.
Il cono non sostituisce il maritozzo e il gelato non pretende di diventare pasticceria. Sono due mondi che si incontrano mantenendo ciascuno la propria grammatica.
Forse è proprio questa la strada più interessante che sta prendendo il dolce contemporaneo: non cancellare la tradizione per sembrare innovativi, ma prendere qualcosa di profondamente riconoscibile e chiedersi che cosa potrebbe diventare oggi.
Dal forno al banco del gelato, da Roma a Milano, il maritozzo compie così un piccolo viaggio.
E arriva al cucchiaio con la stessa memoria, ma con una forma nuova.
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